IL DIBATTITO / CROCE SBAGLIAVA: INSEGNARE LA LETTERATURA NON BASTA

Quella «I» come «italiano»
che la scuola ha trascurato

Un documento della Crusca e dei Lincei lancia l'allarme: i ragazzi ignorano la lingua madr



La Sala delle Pale, nella Villa Medicea di Castello che ospita l'Accademia della Crusca (dal sito dell'Accademia)

L' italiano a scuola è minac­ciato. Da chi? Da tutti (o quasi): dalla politica, e cioè dalle riforme previste o, meglio, minacciate, dagli allievi che non vogliono saperne di regole in gene­rale, figurarsi di quelle grammaticali, persino dai professori, e vedremo per­ché. L’insegnamento dell’italiano è mi­nacciato anche (o soprattutto) dalla so­cietà, che offre poli di attrazione ben di­versi dall’approfondimento della lin­gua-madre: immagini, tecnologie, inter­net, l’immancabile televisione eccetera.


La riforma, si diceva: per alcuni indiriz­zi della scuola superiore prevede una ri­duzione. Ma non è questo quel che conta davvero: a preoccupa­re è l’atteggiamento di genera­le superficialità con cui si guar­da alla nostra lingua. Per esem­pio, a molti addetti ai lavori è sembrata una provocazione, con questi chiari di luna, la re­cente crociata leghista per il dialetto nelle scuole. I chiari di luna sono quelli che impietosa­mente emergono dalle classifi­che internazionali (Ocse-Pisa) riguar­danti le competenze linguistiche dei no­stri giovani, collocati agli ultimi posti. Per queste buone ragioni, le due mag­giori accademie italiane, la Crusca e i Lincei, hanno deciso di lanciare un ap­pello su Lingua italiana, scuola, svilup­po, partendo da un principio solo appa­rentemente assodato: «una padronanza medio-alta dell’italiano è un bene per il Paese e il suo sviluppo culturale ed eco­nomico ». Assodato? Niente affatto, sa­rebbe meglio non dare niente per scon­tato. Vi ricordate il famoso slogan delle tre «I» su cui un passato governo Berlu­sconi fondava la prospettiva di una scuo­la rinnovata? C’era di tutto (inglese inter­net impresa) salvo che l’italiano che pu­re aveva la stessa iniziale.

L’appello degli accademici, steso da Francesco Bruni, sostiene che «una co­noscenza della lingua materna sicura e ricca, che non si limiti ai bisogni comu­nicativi primari, elementari (...) è una precondizione per un Paese civile». Quel che si propone è insomma «un de­ciso rafforzamento dell’italiano nell’in­segnamento scolastico». Con una sotto­lineatura: che le ore dedicate alla lingua siano tenute ben distinte da quelle ri­guardanti la lettura dei testi. Il che ridu­ce l’antica prevalenza crociana della let­teratura come disciplina regina, per ri­partire più terre à terre dalla lingua d’uso. Il paradosso vuole addirittura che studenti Erasmus venuti da noi do­po aver imparato l’italiano all’estero sia­no più preparati dei nostri sulle struttu­re morfologiche e sintattiche e persino sul lessico.

Il filologo Cesare Segre, pro­fessore universitario di lungo corso, co­nosce bene le carenze degli studenti: «Sanno poche parole, non sono capaci di costruire frasi complesse e fanno er­rori di ortografia gravissimi, insomma non sanno usare la lingua: riassumere, raccontare, riferire. Questo significa che non hanno il dominio della realtà, perché la lingua è il modo che abbiamo per metterci in contatto con il mondo: e se non sei capace di esprimerti non sei capace di giudicare. Per di più la civiltà dell’immagine in genere usa la lingua per formulare slogan e non ragionamen­ti». C’è poi la questione della presunta concorrenza dell’inglese: «Se non pos­siedi la struttura della tua lingua non sei in grado di imparare le altre, per que­sto le campagne a favore dell’inglese non hanno senso se non si legano a un miglioramento dell’italiano».

Basterà rivedere i programmi? Ag­giungere un’ora? O mantenere le attua­li? Il presidente d’onore della Crusca, Francesco Sabatini, punta su un aspetto che definisce paradossale: «Non c’è nes­sun collegamento tra la formazione uni­versitaria e l’immissione degli insegnan­ti nella scuola: si richiederebbe una competenza linguistica e tecnico-didat­tica specifica. Un tempo poteva insegna­re italiano nelle superiori anche un lau­reato in giurisprudenza che aveva fallito la carriera di avvocato oppure un laurea­to in pedagogia. Ma ancora oggi se io chiedo a cento professori di italiano quanti hanno studiato linguistica o sto­ria della lingua, rispondono positiva­mente soltanto in dieci. Il predominio della letteratura è un tardo influsso cro­ciano». Non per niente Sabatini ha scrit­to già un paio d’anni fa un saggio intito­lato Lettera sul ritorno alla grammati­ca. Ma contro la grammatica sembrano schierarsi persino i professori, che for­se sarebbero i primi a doverla imparare: «È vero, c’è un blocco dei docenti, i qua­li sostengono che chi sa bene la lettera­tura può insegnare tranquillamente la lingua. Per non dire poi dei ministeri, che ignorano persino l’esistenza di una disciplina che si chiama linguistica». In­somma, ci vorrebbe, secondo Sabatini, una politica mirata all’insegnamento dell’italiano, tenendo conto del fatto che l’italiano serve a tutti i cittadini e a tutti i professionisti: non solo ai docenti di italiano, ma ai magistrati, agli avvoca­ti, ai medici, agli ingegneri eccetera.

E il dialetto? «È importante culturalmente, storicamente, strutturalmente. Va bene presentarlo, ma insegnarlo sistematica­mente sarebbe una follia: il dialetto si impara, non si insegna». Bisogna andare sul campo, come si dice, per avere una voce ancora più net­ta sulla questione. Carla Marello è glot­todidatta all’Università di Torino e si oc­cupa molto dell’insegnamento a stranie­ri. Una prospettiva diversa? «No, tutto ciò che vale nell’insegnamento dell’ita­liano agli stranieri, serve a maggior ra­gione per i parlanti nativi. Oggi poi...». Oggi? «Con le classi multilingue l’inse­gnamento dell’italiano è cambiato per forza. Se poi sentiamo in televisione il Grande Fratello, si capisce subito che la lingua dei giovani è diversa da quella delle antologie scolastiche e dalle scrit­ture artificiali che si richiedono nei te­mi». Dunque? «La scuola continua a in­segnare un italiano fittizio, c’è un distac­co enorme tra l’esempio che diamo e ciò che gli allievi sono in grado di rece­pire. Dunque se vogliamo che l’italiano scritto dei nostri ragazzi migliori dob­biamo impegnarci a farli scrivere di co­se concrete, con un insegnamento mol­to pratico che non guardi più alla lingua letteraria come al solo modello». Bandi­re la letteratura? «No, si arriverà alla let­teratura come massimo grado di utilità e bellezza, ma prima punterei su forme di scrittura meno belle e più concrete, senza ostinarmi a perseguire norme uto­piche e senza dare per scontato nien­te». Proprio niente? Neanche la differen­za tra scritto e orale? «Tra scritto e parla­to c’è uno scollamento enorme: puntan­do sul parlato, alzeremo anche il livello dello scritto. Sempre meglio dire: 'se lo sapevo non venivo' piuttosto che 'se non lo saprei non verrei'. Che bisogno c’è di pretendere a tutti i costi 'se l’aves­si saputo non sarei venuto'? Pazienza se non sarà lo scritto di Igor Man o di Scal­fari, ma quello più realistico della Littiz­zetto! ».

Paolo Di Stefano
18 dicembre 2009




SCRITTORI E DOCENTI INTERVENGONO SULLE QUESTIONI APERTE DA CESARE SEGRE

«Tutti parliamo allo stesso modo» L'italiano perde efficacia e vivacità

Scurati: l'osceno ha sostituito il tragico. Pincio: manca un progetto sul futuro

«Diciamo parolacce che non offendono più, e «non siamo più capaci di senso tragico». Riflessioni diverse, quelle suscitate tra scrittori e linguisti dall’articolo di Cesare Segre pubblicato ieri dal «Corriere », sul degrado della lingua e la sua volgarità. Segre ricordava il disuso dei registri diversi, dall’alto al basso, dall’aulico al colloquiale, nel linguaggio giovanile, e in quello televisivo, a partire da una classe politica che «tende sempre più ad abbassare il registro, perché pensa di conquistare più facilmente il consenso»; per arrivare a chi dà del tu agli immigrati e a chi fa del turpiloquio «indifferenziato » un’abitudine. Commenta il professor Pietro Trifone, ordinario di linguistica all’Università di Tor Vergata: «Ha ragione Segre quando dice che è importante l’appropriatezza d’uso di registri diversi. Anche i registri bassi possono essere utilizzati in certi ambiti: per esempio, se nel corso di una lezione io dico "vi state abbioccando" invece che "addormentando", lo faccio perché proprio il cambio di registro può essere efficace. Il fatto che la nostra lingua degradi è spiegabile: si tratta di un patrimonio comune, ma il confronto con il passato ci dice che c’è stato un progresso rispetto a 30-40 anni fa, quando usavamo molto di più il dialetto, o rispetto al periodo postunitario, quando era circa il 10 per cento della popolazione a usare l’italiano; mentre ora che tutti lo parlano (fondandosi peraltro sul modello televisivo) qualche colpo all’eleganza è spiegabile.

D’accordo anche sul fatto che il turpiloquio, diffondendosi ovunque, toglie vivacità alla lingua e perde efficacia. Anche Dante ha scritto parolacce, ha chiamato l’Italia "bordello", ma è stato il primo a usare questa parola. Pesava». «Non butterei tutta la responsabilità sui giovani—precisa Silvia Ballestra—perché il turpiloquio non è più appannaggio dei giovani. Però è vero: la parolaccia è brutta da sentire ma se diventa un intercalare comune si depotenzia. E quando poi vogliamo usare una parolaccia vera, che facciamo? È una zona di eversione del linguaggio che dovrebbe continuare a esistere — mentre i giovanilismi sono come i brufoli, poi passano: la lingua è in movimento, è un organismo vivo che si evolve». Si evolve, anche nel dialetto, sostiene Vitaliano Trevisan: «Per quanto riguarda il dialetto: è vero che nel registro alto perde qualcosa»—Segre ricordava che «i dialettalismi, che insaporiscono la lingua, sono inopportuni ai livelli alti» — «mentre se è vivo, come dalle mie parti, è molto vivo in basso, e ha intatte le sue caratteristiche di inventiva. Anche sul contemporaneo, che è in grado di tradurre per immagini in modo efficace. Sono d’accordo con Segre su un’altra questione: negli uffici pubblici, per la strada, tra la gente comune, c’è questo dare del tu agli immigrati, che è molto fastidioso, non mi piace». Su questo, Ballestra aggiunge: «Segre ha scelto un esempio particolare, perché la parola "vu cumprà" è proprio brutta. E il lei al posto del tu è difficile sia da usare sia da capire. Ci sono lingue, come l’inglese e lo svedese, dove la seconda persona plurale assolve questa funzione ». A proposito del tu, Tommaso Pincio fa notare un altro tu indifferenziato: «In tv i politici sono soliti darsi del tu, poco il lei e solo per sottolineare la volontà di non scendere a patti, non per rispetto ma per disprezzo, con effetti devastanti ».

E racconta un episodio: «Partecipavo a una trasmissione letteraria a l l a radio, Fahrenheit, in cui ci si dà del lei per statuto, proprio per senso di rispetto. A un certo punto l’intervistatrice mi ha dato inavvertitamente del tu. Subito gli ascoltatori hanno mandato Sms che dicevano "non perdete le buona consuetudine di darvi del lei"». Un elemento, l’attenzione alla lingua, ai registri, che Trifone sottolinea: «La forte sensibilità intorno a questi temi è un bel sintomo, è sensibilità per un valore importante, la lingua italiana». E suggerisce su quali aspetti puntare: «Sulla scuola. Che è però anche la grande accusata (così poi diventa sempre più povera, riceve sempre meno finanziamenti). Ma è qui che si può avere un contatto con i livelli alti della lingua. Poi l’università. E i media: i giornali e la televisione, perché non è possibile ridurre tutto a rissa, a slogan. Su Internet direi che ci sono blog vivaci e molto ricchi linguisticamente, altri di segno opposto». Giulio Mozzi obietta invece: «Se Segre dice che c’è un’evoluzione nella lingua italiana, avrà certo le basi scientifiche per dirlo. Ma decidere che questa evoluzione è inopportuna, questa è un’opinione». Mentre secondo Antonio Scurati «una sorta di compulsione bassomimetica è la manifestazione più evidente del clima di basso impero in cui viviamo».


E continua: «Quella che al tempo di Pasolini era una scelta stilistica tra le altre, ora è una sorta di impossibilità di scelta, un unico orizzonte angusto. Anche in campo letterario, dove la lingua dovrebbe esprimersi al suo massimo, e dove invece abbiamo il predominio di una mimesi coatta del parlato. I registri alti sono sempre più penalizzati anche da una certa ricezione critica». Rincara la dose Pincio: «Il problema non è della lingua, è altrove. Un impoverimento etico e morale, di un Paese che non progetta più il proprio futuro, e che va subito al "sodo", nel senso del prevalere della quantità sulla qualità, del "sodo" a scapito della forma, che considera una scocciatura. Invece il rituale è anche una forma di rispetto ». «In questa restrizione — afferma Scurati — c’è una perdita secca di interi campi di possibilità umane. Non siamo più capaci di tragico, impedito dallo scomparire dei registri alti, sostituito dall’osceno, suo esatto opposto. L’umano si restringe, le nostre risate ci seppelliscono continuamente».

Ida Bozzi
14 gennaio 2010